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Lo cunto de la peste de lo 1656 (1986)
Lo cunto de la peste de lo 1656
Correva l'anno 1656, tutta l'Italia meridionale, sotto il dominio della Spagna, mal governata da vicerè e da funzionari spagnoli boriosi e inetti, attraversava un periodo di grave crisi sociale ed economica. Anche la Città della Cava (Sa), nonostante godesse ancora dei numerosi privilegi concessi da Re, Principi e Prelati, ne subiva le conseguenze che mettevano in difficoltà soprattutto la produzione e il commercio dei tessuti. A peggiorare le cose si aggiunse una gravissima epidemia, che si diffuse rapidamente tra tutte le classi sociali. I luoghi ove ebbe inizio il morbo furono i Porti di Vietri e Salerno, che offrivano ancoraggio a navi provenienti dall'Oriente e dalla Sardegna, il Borgo Scacciaventi, grande centro commerciale e famoso “Mercato delle robe”, e tutte le zone adiacenti , dove non si può dire che la gente vivesse in condizioni igieniche ottimali. In breve per tutta la città si sparse l'allarme, ma i medici in combutta con governanti e  nobili, anche se sapevano, nascosero la verità. L'unico a dichiarare che si trattava di peste, fu il coraggioso medico napoletano  Giuseppe Bozzuto, che però fu imprigionato con l'accusa di sedizione. La peste infierì atrocemente dilagandosi a macchia d'olio: i casi di morte aumentavano giorno per giorno la popolazione sbigottita, affollava le strade e chiese per discuterne e pregare. Accertato, finalmente, dalle Autorità che si trattava di peste, si emanarono bandi e prescrissero misure sanitarie, come la chiusura delle case dei malati, la distruzione col fuoco delle suppellettili e degli abiti infetti, il divieto di seppellire nelle chiese. Si nominò una ”deputazione della salute” che decise una specie di mobilitazione generale e incaricò medici, chirurghi e barbieri (che avevano qualche cognizione di medicina, poiché praticavano i salassi) di curare gli infermi. Si istituì un lazzaretto a Dupino, fuori le mura. Non mancarono episodi di fanatismo come la caccia agli untori e ai forestieri, sospettati di spargere polveri velenose e processioni, che contribuirono a diffondere anzicchè contenere il contagio. L'epidemia non  potette  più essere fronteggiata e raggiunse la fase più acuta a giugno-luglio. I morti,  a decine e centinaia, erano gettati a mucchi nelle strade, poi caricati da monatti e pietosi sacerdoti su carretti per essere bruciati, buttati in mare, o sepolti lungo il litorale in grandi fosse comuni. Nonostante le proibizioni, il popolo continuò a fare processioni, tant'è che lo stesso Vescovo, con il consenso dell'Abate, permise una processione in onore di Santa Giustina, la cui reliquia si conserva ancora nella chiesa della Badia. Si pregava  perché Dio mandasse la pioggia e fermasse il morbo. Preso da disperazione, il parroco della SS Annunziata indisse una solenne processione: era l'ottava del Corpus Domini. La popolazione superstite, tutti i sopravvissuti al morbo e quelli ancora in grado di camminare affollarono la chiesa, dalla quale partì il corteo che recava in SS. Sacramento al Castello, posto in cima al Monte Sant'Adiutore. Qui giunti i fedeli si prostrarono in preghiera, mentre il parroco benediva la valle invocando la grazia di Dio. Miracolosamente la pestilenza ebbe fine e vennero anche abbondanti pioggie che rinfrescarono e purificarono l'aria e la terra, da mesi assetata e impestata. L'anno successivo, per ricordare il miracoloso avvenimento il SS. Sacramento fu condotto nuovamente al castello, salutato da un festoso sparo di pistoni e devoti canti di ringraziamento……

Il lazzaretto









Scene della pestilenza nelle corti del Borgo Scacciaventi (sec 16°)












           



La città è ignara  di quanto sta per accadere





La festa






La peste!











Si prega e si va im processione al castello







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