La Storia
Pulcinella muore e va in Paradiso. Stando lassù pensa con nostalgia a Napoli e alla sua donna: Colombina, volgarmente detta Palummella, di cui invano aspetta l'arrivo. Stanco, chiede a San Pietro di concedergli un permesso di tre giorni, per scendere in terra e ritrovare l'amata. Viene ripetutamente sconsigliato, perché gli dicono, Napoli è cambiata, non vi sono più i teatri, non vi sono più gli amici, per lui sarebbe una delusione e un dispiacere. Caparbio Pulcinella vuole scendere e tanto insiste che San Pietro lo lascia andare. Pulcinella scende e si ritrova in una piazza sconosciuta, fra un gruppo di figure addormentate che vestono i suoi abiti, mentre lui, invece, veste abiti “borghesi”. Si guarda intorno, non riconosce il luogo, non riconosce se stesso così insolitamente abbigliato, cerca la maschera, il costume, il coppolone. Li trova in una valigia e li indossa. Intanto i vari personaggi si svegliano e fra questi e Pulcinella inizia un lungo dialogo. I personaggi altri non sono che Pulcinella, sono lui stesso, sono tutti i suoi antenati nei panni dei più grandi interpreti della sua maschera. Pulcinella è frastornato, non riesce a comprendere come possano esserci tanti suoi simili e come possano essere tutti morti. L'uno dopo altro, i Pulcinella gli chiariscono chi sono e raccontano le proprie vicende, così egli apprende come la maschera si è trasformata, come è andato in giro per il mondo con le compagnie della Commedia dell'Arte e come sia passato attraverso la storia e la cultura di tanti popoli. Incontra prima il più antico Pulcinella, una statuina trovata negli scavi di Pompei poi quello Rinascimentale, quello francese odiato da Mazzarino, quello inglese, asservito alla regina Elisabetta, di cui fu spia e portavoce. Si trova ad essere a seconda delle circostanze, ora giacobino, ora rivoluzionario, ora realista e filoborbonico, ora sanfedista, ora buffone e infine nei panni del grande Petito e di Eduardo De Filippo. Tutti gli danno consigli, tutti raccontano una vicenda e così si ricostruisce tassello dopo tassello la storia della maschera. Nel 1799 si trova in Francia, dove, già il Fracanzani, che, per primo vestì i panni di Policinelle, fu ricevuto a corte. Il re Luigi XIV gli concesse un vitalizio che gli consentì di vivere agiatamente anche quando le maschere furono bandite dai teatri. Fu proprio Fracanzani a dare a Pulcinella la doppia gobba, ma sorte volle che per un fortuito errore fosse (si dice impiccato) giustiziato. Durante la Rivoluzione francese,Pulcinella fu portavoce degli ideali rivoluzionari e giacobini, ripropose le satire che in passato lo avevano reso inviso a Mazzarino ma frainteso subì la stessa sorte dei nobili. A Napoli visse da protagonista la rivoluzione e la Repubblica Partenopea. I napoletani, infatti, affidarono agli interpreti della maschera la trasmissione delle proprie idee, così la maschera fu a seconda delle vicende politiche giacobina e realista. Ferdinando di Borbone amò molto i suoi lazzi e le sue satire, seguendo assiduamente i commedianti che si esibivano al San Carlino e nei teatrini dei quartieri più poveri, lo tollerò e volle più volte a corte. Di lui Goethe scrisse che era “un giornale parlante” infatti, lesse più volte, sotto forma di satira gli articoli del Monitore. Portavoce delle miserie e delle delusioni del popolo fu amato ed odiato come nessun altro. I suoi interpreti furono spesso incarcerati e perseguitati…la sua era l'unica voce in grado di farsi udire, l'unica che riuscisse a raggiungere efficacemente dove altri non potevano…era la vera anima di Napoli, quella anima che anelava a trasformare quella plebe in una Nazione, in un popolo. Libero per natura e in virtù della maschera sostenne la lotta ideologica degli intellettuali e dei lazzari. Fu amico dei martiri che accompagnò al patibolo, fu nemico degli invasori, fu più volte ucciso e più volte rinacque attraverso gli attori all'improvviso, gli scugnizzi e i camorristi. Poi…il silenzio…di Pulcinella non si parlò più, per un certo tempo scomparve dalla scena per riapparirvi, in epoche recenti, attraverso le pulcinellate di Antonio Petito, che ne trasformò anche il costume, dopo Petito di nuovo il buio e quindi la fine che Marotta attribuì allo seconda guerra mondiale e alle nuove mode portate dagli americani.
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