La favola di Orfeo





Prologo: Salute, o giovani, a voi vecchi saggi e pazienti, salute! Di due amanti vi narriamo la storia, mostrando come amore, talvolta sia causa di dolore e non già letizia e gioia. Di quanto dolore, quanto tormento ogni dì fia cagione al dolce Orfeo e alla bella Euridice. Pianse Orfeo al caso acerbo e duro, lei pianse ancora, con pietose parole e con scongiuro pregò che anche lui prendesse l'Ade. Vedete poi che una greca storia narra, dopo questa infelice morte, come a dimostrar l'eccelsa gloria, Orfeo ven con la sacrata lira e contra il fato acerbo obtien victoria, mutando, però, per breve ora il riso la plorata sorte. Orfeo la rimirò e al fin la pianse. Non vi do questa già per commedia, che in tutto non se ne observa il modo loro né voglio la crediate tragedia se ben le ninfe gli vedrete il coro: io ve la dono e non perciò d'oro, di quel che sceglie l'argomento è questo…… silenzio e intenderete il resto.
La Musica: Dal mio amato Parnaso a voi ne vegno. Incliti eroi, sangue gentil de' regi, di cui la fama narra eccelsi pregi, né giunge al vero, perché troppo alto il segno. Io son la musica che ai dolci accenti so far tranquillo ogni turbato cuore. E ora di nobil ira, ora d'amore posso infiammare le gelate menti. Io cantando su cetra d'oro, talora son solita lusingar l'udito dei mortali, e in questa guisa all'armonia sonora de la lira del ciel più l'alme invoglio. Anch'io quinci a dirvi di Orfeo mi sprona, che trasse al suo cantar le fiere e servo fe' l'inferno a sue preghiere, gloria immortal di Pindo e d'Elicona, or mentre i canti alterno, or lieti or mesti non si mova augellin fra queste piante, né s'oda in queste rive onda sonante, ed ogni auretta al suo cammin s'arresti.
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I Pastori
Le nozze di Orfeo ed Euridice
Per la mia sposa vo' cantar,
sol lei è la mia dolce musa,
per lei il mio canto, roda del ciel,
vita del mondo e degna prole
di lui che l'universo affrena,
sole che tutto circondi e il tutto miri,
dagli stellati giri, dimmi,
vedesti mai di me più lieto
e fortunato amante?
Fu ben felice il giorno mio,
ben che pria ti vidi
e più e più felice l'ora che pur sospirai,
poiché al mio sospirar felicissimo
il punto che la candida,
pegno di pura fede a me porgesti.
Se tanti cori avessi
quanti occhi ha il cielo eterno
e quante chiome
han questi colli ameni il verde maggio,
tutti colmi sarieno
e traboccanti di quel piacer
ch'oggi mi fa contento.
(...)
Il mio corpo Orfeo,
fiorisce da ogni vena,
più odoroso da quando ti conosco….
a tutto ciò che dei miei anni senza nome
e come acqua ancora
splende io darò il tuo nome.
Chiudere ci dovremmo uno nell'altra,
come al centro dei petali lo stame,
tanta è la dismisura ovunque, immensa,
che si accumula su di noi.
Io sento e tremo e ho paura.
L'un l'altra ci stringiamo
per non vedere ciò che già sento….
ci minaccia.
L'Oracolo
Morte del mondo ha pur spento il bel sole.
Morte hai di ogni virtù pur trionfato,
morte se alcun mortale di te si dole.
Ahimè, dove ti lasso, o dolce ninfa,
morta è Euridice è tanto, è tanto il doglio.
Morta è Euridice, la bella ninfa è morta!
Piangete selve alpestri, fiumi e rive,
piangete dei dei boschi e dei dei monti.
Tu sei morta, mia vita, ed io respiro?
Tu sei da me partita,
per mai più non tornare ed io rimango?
No, che se i versi alcuna cosa ponno,
n'andrò sicuro ai più profondi abissi.
Orfeo: O tu, santissima Vate, ascoltami, ti prego canta il futuro e i tuoi carmi non affidare alle foglie, che non volino via, trastullo dei rapidi venti.
Sibilla: Chi sei vile mortale, che qui vieni con tanta imprudenza?
Orfeo: Orfeo, cantore, già figlio di Apollo, pietà t'imploro per la perduta sposa, una domanda sola….
Sibilla (interrompendolo): Taci, cosa domandi mai Orfeo, che già non sai? Non cedere ai mali…affrontali!
Orfeo: Nessuna forma di mali, o vergine, nuova o impensata mi sorge davanti, già tutto ho provato, disposto ho già tutto nel cuore.
Sibilla: Conosco….la tua sposa è morta, Euridice è nel tartaro profondo, lì solo la puoi rivedere.
Orfeo: Questo solo domando: poiché qui si dice è la porta del re Averno, l'oscura palude dell'Acheronte che stagna, d'andare a vedere la tanto amata, il suo volto mi sia concesso, e tu dimmi la strada, la soglia sacra tu apri. Ti prego abbi pietà, tutto puoi, né te invano Ecate ha fatto custode dei boschi di Averno.
Sibilla: Alcun mortale osò mai varcar la nera soglia e giammai alcuno impetrar mia mercede, ma al figlio di Apollo non posso negar aiuto. Ascolta, o nato dagli sangue degli dei: facile è la discesa in Averno, notte e giorno la porta del nero Dite sta aperta, ma riportare su il passo, uscire all'aria di sopra, salvare la tua sposa sarà difficile. Nel mezzo tutto è boscaglia e il fiume dei gemiti, nero scorrendo, la cinge. che se tanto amore hai nell'animo, se tanta è la brama di navigare due volte sui laghi stigi, due volte veder il nero tartaro e darti preda a una folle fatica. Ascolta che cosa devi compiere prima: nascosto entro un albero ombroso è un ramo d'oro, le foglie e la verga flessibile, sacro all'inferna Giunone, e tutto il bosco lo copre entro oscure convalli, protetto lo tengono l'ombre. Ma non prima è concesso scendere sotto la terra che si sia colto dall'albero l'auricoro ramo. questo dono a lei sacro Proserpina bella fissò che le porti, e rotto il primo ne spunta un secondo, d'oro di ugual metallo frondeggia un nuovo virgulto. Tu scendi e con la tua lira quel mondo incanta. prendi il ramo e donalo a Proserpina, così finalmente i boschi di Stige, i regni senza vivi vedrai. Vai Orfeo, va figlio di Apollo…..






Orfeo: (si inginocchia) O divina Proserpina e tu regnator di tutte quelle genti che han perduto la suprema luce, o dei del mondo che sta sottoterra, dove tutti approdiamo noi mortali creature, senza distinzione, se posso parlare, mi concedete di dire la verità senza i rigiri di chi dice il falso, io non sono disceso per visitare il Tartaro buio, né per incatenare i tre colli ammantati di serpenti della stirpe di Medusa. La ragione è la mia amata sposa, la cui giovane esistenza ha troncato una serpe. Avrei voluto poter sopportare e pur ho tentato, ma amore più forte ha vinto.
Proserpina: Signore, questo infelice, mossa ha tanta pietà dentro il mio core, che volgo a porger prieghi perché il tuo nume al suo pregar si pieghi. Dhe, se da queste luci, amorosa dolcezza unqua traesti, se ti piacque il seren di questa fronte, che tu chiami il tuo cielo, onde mi giuri di non invidiar sua sorte a Giove, pregoti per quel foco con cui già la grand'alma a morte accese, fa che Euridice torni a goder quei giorni che trar solea in feste e in canto e del misero Orfeo consola il pianto.
Plutone: Benché severo e immutabil fato contrasti, amata sposa, i tuoi desiri, per nulla o mai si nieghi a tal beltà congiunta a tanti prieghi, la sua cara Euridice, contra l'ordin fatale, Orfeo ritrovi. (a Orfeo) Contro ogni legge a te mortal la rendo, ma con queste rigide leggi: che ella ti segua per la cieca via, ma tu faccia mai tu veda, finché fra i vivi non sia al fin venuta. Che di perdita eterna gli fia certa cagion un solo sguardo, io così stabilisco. Or nel mio regno fate, o ministri, il mio voler palese, sì che l'intenda tu Orfeo ed Euridice. Né di cangiarlo altrui sperar non lice.
Proserpina: (a Plutone) Quali grazie ti rendo, or che sì nobil dono concedi `a prieghi miei, signor cortese? Sia benedetto il dì che pria ti piacqui, benedetta la preda e il dolce inganno, poiché per me ventura feci acquisto di te perdendo il sole. (a Orfeo) Dunque il tuo grande desiderio, Orfeo, modella e frena. Sibilla guiderà i passi tuoi. Noi siam contenti che al tuo dolce canto si inchini la potenza del mio scettro. (alla Sibilla) Conducilo pe l'antro alla sua donna e fa che nostra legge si rispetti.



Euridice (a Orfeo): O mio amato al fin ti vedo, sei giunto al tartaro, non temere son io, son proprio io! Non senti che su te mi infrango con tutti i sensi? Ho messo ali al mio cuore e ora vola candido al tuo viso. Non vedi la mia anima innanzi a te? Parlami almeno, o amato, e canta, canta le tue dolci canzoni e fa che io sogni. Se sogni sarò il tuo sogno, ma se sei desto sarò il tuo volere. La mia vita non è questa ora rapita, essa è nella tua vita che non è un attimo fra due suoni. Ieri la mia fonte era una pietra di torrente levigata, poi si addensò su essa un tribunale inesorabile, e sprofondò nel suo feral verdetto, ogni mio giorno. Ora c'è spazio per un nuovo tempo. Non c'era luce prima della tua luce, ti amo mitissimo mio Orfeo, o mio cantore. Lottando contro il fato diventammo adulti, immensa nostalgia che mai vincemmo! Foresta da cui mai fuggimmo! canto che levammo in silenzio, rete buia dove in fuga si impigliano eterni i nostri cuori. O mio amato, lascia che la mano si posi sul tuo capo.
Sibilla: Ferma, donna, o ti perderai!
Orfeo: Ti prego, mia signora, o mia dea, ferma la mano, dura legge lo impone.
Euridice: Ahi, vista troppo dolce e troppo amara.
Orfeo: Non temere, ecco son qui e di nuovo mi senti nel vento, perché parole vergini e vibranti possiedono i miei abissi. Mi ero disperso, s'era fatto a pezzi innanzi al dolore il mio io, mi sono ricucito negli antri con i rifiuti, con le anime perse e ho ripetuto il tuono, me eterna armonia, e ho alzato le mie mani spezzate in preghiera, per ritrovare gli occhi con cui ti avevo vista, e ho cantato e supplicato. Ero una casa incendiata dove a volte dormono gli assassini, ero una città di mare afflitta dalla pestilenza che si attacca. Ero estraneo a me stesso, uno dei tanti di cui sapevo solo l'angosciato battere del cuore. Ora fatto coi pezzi della mia disperazione, sono di nuovo me stesso e desidero un laccio, un'unica ragione che mi intenda come una cosa sola, desidero le grandi mani del tuo cuore.
Mentre Orfeo parla alle sue spalle si odono dei fragori impressionanti.
Orfeo: Ma che odo, ahimè, lasso! Si armano, forse ai miei danni con tanto furore le Furie innamorate? Per rapirmi il mio bene? E io il consento? (Orfeo temendo di perderla si gira) O dolcissimi lumi…io pur vi veggio, io pur……ma….Quale eclissi….. vi oscura… (nel mentre si gira Euridice sparisce in una nube di fumo)
Euridice: Ahi vista troppo dolce e amara….così per troppo amor dunque mi perdi? E io misera perdo il poter più godere e di luce e di vita, e perdo insieme a te d'ogni ben più caro, o mio consorte.
Corifeo: Torna all'ombre di morte infelice Euridice, né più sperar di riveder le stelle, che ormai fia sordo a' prieghi tuoi l'inferno.
(Le furie prendono Euridice e la trascinano nel baratro)
Merope: O fato crudele! Invan tendi le braccia o mia bella ninfa e anch'io con te son persa…addio!
Euridice: Orfeo, mio bene! (lentamente svanisce)
Orfeo si getta in terra disperato, la Sibilla fugge spaventata.