I Cavoti 1975
Raffaele Armenante (caratterista)
Antonio Capuano (tecnico)
Antonio Di Mauro (chitarra, voce)
Patrizia d'Elia (generica)
Rosalia De Pisapia (scenografa)
Maria Elia (voce, caratterista)
Anna Maria Farano (generica)
Anna Formisano (generica)
Eugenia Grimaldi (generica)
Rossella Lambiase (generica)
Antonio Lanaro (tecnico luci)
Gaetano Lupi (chitarra, mandolino, voce)
Rosalba Malinconico (truccatrice)
Vincenzo Pagano (chitarra, percussioni, voce)
Pia Santoriello (scenografa)
Raffaele (Nino ) Russo (caratterista, voce, percussioni)
Peppe Scavella (caratterista, voce)
Rosita Siani (generica)
Salvatore Vitale (chitatrra, voce)
Regia e testi
Anna Maria Morgera
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I Cavoti, cioè cavesi. Sono uno dei pochissimi gruppi , che ha preso in considerazione la farsa cavajola, recuperando, "stroppole", facezie, brani musicali e farse cantate, che ricordano chiaramente la farsa delle origini.
Cosa è una cavajola ? Le farse cavajole che “nell'odierno comune linguaggio sono richiamate come uso popolarissimo, per indicare delle azioni sceniche oscillanti tra il faceto ed il grottesco, il pittoresco e il ridicolo, con una spruzzatina di ironia, alludente alla stupidità, che si sarebbe attribuita agli antichi abitanti della odierna città di Cava de' Tirreni, furono particolari forme di recitazione drammatica, molto in voga in Napoli nei secoli dal 14°al 16°, e che si diffusero, poi per l'Italia e finanche all'estero”. L'opinione che fossero sciocchi ha perseguitato per secoli gli abitanti della Cava. I cavesi, però accolsero con molto spirito le dicerie e le calunnie, tanto da ironizzare essi stessi sulla propria sorte di “sfottuti”. La questione della farsa, delle sue origini e autori è una diatriba ancora aperta, per alcuni derivano dalla tradizione popolare, sovrappostasi alla storia, “dalla dottrina formatasi nelle auree magioni napoletane di fine ottocento e inizio novecento, sono state ritenute non un prodotto dei cavesi, ma una iniziativa delle popolazioni viciniore, che le avrebbero tramandate insieme con le tante altre stroppole, novelle ed aneddoti, per deridere la stupidità dei cavesi, o, secondo altri per dare sfogo all'invidia che rodeva nei confronti della intraprendenza, della perspicacia e del benessere che furono innegabili prerogative dei cavajoli dei secoli andati.” (D. Apicella). Questa tesi di “burlarsi per dare sfogo”, fu condivisa anche dal Prof. Raffaele Baldi che ne scrisse nel saggio “Controversie politiche ed economiche fra salernitani, cavesi ed anche amalfitani”, in cui espose, molto dettagliatamente, l'origine politica ed economica delle controversie. Il Baldi, però, non è molto attendibile perché di parte, egli, infatti, dimostrava un eccessivo campanilismo, rendendo difficile stabilire la veridicità delle dicerie contro i cavesi, da cui sarebbero nate le farse. Della farsa delle origini conosciamo molto poco. Gli unici esemplari pervenuti fino a noi sono le farse cavajole che Vincenzo Braca compose nel 17°secolo, quando, cioè, la tradizione letteraria farsesca aveva già superati i limiti dalla composizione popolare, ed era divenuta colta. Nella storia della letteratura e in quella del teatro italiano, le farse cavajole “costituiscono un problema di asai scarsa importanza”. I pochi testi che abbiamo, non autorizzano a parlare di un “genere di rappresentazione caratteristica, di una certa età o un certo ambiente”, esse si rivelano, piuttosto, appartenenti ad uno stadio anteriore alla vera e propria letteratura teatrale, “nel quale cioè la natura popolare, per origine e per destinazione, è tutta intrisa di contingenze che possiamo definire pratiche, in quanto indissolubilmente legate a tempi, luoghi, persone e non sa sollevarsi, anche se può rivelarne una indistinta aspirazione, alle misure di un regime stilistico, in cui gli spunti caricaturali, farseschi, politici, ambientali, vinto il peso della propria contingenza, si compongono nella significante armonia dell'arte” (F. Salsano). Fra i tanti che hanno trattato la farsa, suscita un certo interesse Alessandro D'Ancona, anche se le pagine che dedica alle cavajole, non contengono che un frettoloso accenno alla loro natura ed alle loro probabili origini. D'altra parte la storiografia anteriore non offriva di megio, per curiosità si possono rivedere i cenni e le malcelate notizie del Minturno e del Napoli-Signorelli, oltre le quali lo stesso D'Ancona non va. Il D'Ancona assegna all'età di Ferdinando il vecchio “alcuni lavori drammatici” che non hanno a che fare con la commedia erudita, né con la sacra rappresentazione, me che piuttosto potrebbero annodarsi alle atellane, e “sono le farse dette cavajole, capricci semi improvvisati, lazzi senz'arte e senza intreccio, destinati a sollazzare gli ascoltatori con la vivezza dei motti, la pronteza delle arguzie, i salti del dialetto.”(A.D'Ancona). Giovanbattista del Pino, autore di feroci satire contro i cavesi, in una composizione del 1548, conferma la tesi del D'Ancona scrivendo che:”(…) la maggior parte di essi è di sì grossa pasta che un Carnevale sarebbe asassinato da Monna Quaresima, se non avesse alcun di loro che comparisse nelle farse (per dirla a nostro uso) e li contraffacesse, imperocchè è cresciuta tanto la lor grossa piacevolezza, che, non solo qui in Napoli, ma per tutto il regno, anzi quasi tutta Italia, le commedie che si fanno nel Carnasciale, senza un personaggio che rappresenti alcuni di questi della cava, han sapore di rancido, perché essi sono eredi in burgensatico de le Commedie atellane, che facevano ridere alla sgangherata gli uditori del tempo antico.” Il D'Ancona, inoltre, citando il Napoli- Signorelli, identificava le cavajole con le farse di Pietro Antonio Caracciolo e le considerava “genere tra il buffonesco e il satirico, che, forse, perfezionò maggiormente il Sannazzaro coi suoi gliommeri”. La parentela del Caracciolo con la cavajola è garantita, anche se mancano elementi qualitativi per un più esauriente parallello, basti pensare alla Farsa de la Cita nelle cui battute del notaio, si riconoscono le tracce dei Sautabanchi di Vincenzo Braca. Fu il Torraca a richiamare l'attenzione dei contemporanei sulle farse cavajole, con la pubblicazione di un saggio che contiene la trascrizione da un manoscritto napoletano del testo della “farsa” de “La recevuta de lo ` Mperatore”, un lungo, ma discusso componimento, attribuito a Vincenzo Braca. Secondo il Torraca la farsa “(…) che non porta, si badi, il nome di Braca, dovrebbe essere scritta poco dopo quell'avvenimento memorabile, almeno ciò fanno supporre le molte allusioni a particolari del passaggio, i quali non sarebbero stati certo ricordati con tanta freschezza di impressioni al principio del secolo 17° aggiungerò poi che parechie forme arcaiche del dialetto, nei lavori del Braca, li fanno supporre al tempo anteriori in cui furono trascritti insieme.” (cfr. F: Torraca) La farsa de la Recevuta mette in risalto moltomateriale che già potva essere nella tradizione delle farse cavajole, quali il bando, il parlamento, il reliquario, la stupidità e la presunzione di certi personaggi, vi è anzi, da parte dell'autore del componimento la distruzione del piccolo mito creato dai cavesi ad uso della lro pretesa dignità: l'esaltazone dellesue bellezze, della sua importanza e del suo benessere. “I cavesi sono prsentati senza mezzi termini nella loro dappocaggine, i governanti considerati quali persone di pochi scrupoli, il loro mondo piccolo di inganni scoperti, meschini, irresolutivi…..” Tutti elementi questi peculiari di un particolare tipo di opera che ritroveremo in quasi tutte le farse brachiane, ma non in quelle di epoche successive. Certamente la sorte dei cavesi non fu felice, ma nel corso degli anni furono i cavesi stessi a coltivare la satira e a farne una sorta di professione che li portò ovunque a dilettare le platee.
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“Paese mio…… farse e fatti della tradizione cavese”, è un'opera nata nel 1975, quando, su iniziativa di un gruppo di giovani universitari, fu fondata la sezione teatro del C.U.C. Paese mio non è una storia a tema unico, ma piuttosto un insieme di storie, di facezie e di satire raccolte dalla viva voce di anziani informatori e derivate dagli archivi comunali. Per molti aspetti è la narrazione burlesca della storia di Cava. . Le satire più feroci e note sono quelle che riguardano un certo asino, sul quale scrisse ampiamente Giovan Battista di Pino e a causa dal quale i cavesi furono detti impiccaciucci, la stroppola del cannuolo perciò ancora oggi i cavesi sono tacciati di essere volta gabbana. In realtà il cannuolo era soltanto una pergamena dei privilegi. Altra facezia, nata per la presunta invidia dei cavesi nei confronti dei salernitani, è quella secondo la quale volevano porre un lenzuolo fra San Liberatore e i monti della costiera per togliere il sole a Salerno. Non meno feroce è quella secondo cui per aver un porto e un faro tutti i nostri concittadini andarono a fare i bisogni dietro il vescovado. Sempre il Di Pino scriveva che i cavesi non sapevano far altro che fabbricare castelli, tessere e dire scemenze. Quando i cavesi intuirono che l'arte di far ridere poteva essere un “affare”, non si fecero scrupolo di essere i primi ad utilizzare le facezie che correvano su di loro. Essere farsajolo e andare per le piazze “le genti a divertire” divenne un'arte molto remunerativa cui si dedicarono diverse generazioni. Col tempo questo modello scomparve, sopraffatto da altre e più nuove forme teatrali. Le reliquie recuperate dalla viva voce di quelli che oggi s'identificano meglio come macchiettisti, è il tessuto che ha permesso di ricostruire, per quanto possibile, l'antica farsa e pertanto questo “Paese mio”, che non è, assolutamente uno spettacolo denigratorio, è un documento, uno spaccato di storia, di usi, costumi, canti della nostra terra.
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